klimtGustav Klimt “Tod und Leben”

Il conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte, erotismo e caducità della vita, sessualità e distruzione, è stato spesso rappresentato nel cinema.

La signora della porta accanto (La femme d’à côté, François Truffaut, 1981)

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“Né con te, né senza di te” è l’epitaffio funebre che la voce narrante del film, la signora Jouve, conia per descrivere la vicenda di Bernard e Mathilde.
Dopo una tormentata storia, e ormai con vite e compagni diversi, due ex amanti diventati casualmente vicini di casa  non riescono a ritrovare se stessi e a riannodare i fili delle loro esistenze. I loro comportamenti sfiorano il parossismo, sfidano la logica, le convenienze sociali, l’amore che provano verso i rispettivi coniugi. Tutto è travolto e annullato dall’ombra incombente e cupa della loro trascorsa passione, una esperienza non necessariamente felice, ma dalla quale non riescono a staccarsi per ritrovare il proprio equilibrio interiore. L’omicidio-suicidio è la tragica, inevitabile conclusione di una vicenda stravolgente, nel vero senso del termine, che tutto annulla e distrugge nel suo evolversi.
L’appassionata, coinvolgente interpretazione di Fanny Ardant e Gérard Depardieu dà il sapore della verità ai comportamenti più assurdi e distruttivi dei protagonisti.

Il bacio della pantera (Cat People, Jacques Tourneur, 1942)

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Questo famosissimo film è entrato nella storia del cinema per molti validi motivi, e nonostante diverse pecche stilistiche.
Come si sa, la protagonista Irena, la brava Simone Simon, ritiene di discendere da una stirpe dei Balcani che in tempi remoti si accoppiò con dei grossi felini, condannando i discendenti ad un aspetto umano, ma a trasformarsi in pantera durante il rapporto sessuale.
Nessuno le crede, ma Ollie (Kent Smith) la sposa ugualmente, accettando di non avere rapporti, e sperando che con il suo amore e cure adeguate la moglie possa guarire da quella che lui ritiene una assurda ossessione.
Irena ha invece ragione, e la vicenda si dipana verso il suo drammatico finale regalandoci sequenze memorabili, giustamente passate alla storia del cinema, e più volte riprese e copiate.
Anche in questo caso amore e sesso si incrociano con la morte, con risvolti psicoanalitici veramente notevoli: in effetti, se si libera il plot dei suoi aspetti fantastici, si tratta di un caso di frigidità, che la paziente giustifica con motivi ineluttabili, che trascendono la sua volontà, liberandola quindi da ogni responsabilità e tentativo di guarigione.

Di questo film è stato fatto un remake esattamente 40 anni dopo, nel 1982, con Nastassja Kinski nella parte di Irena. Nonostante alcuni passi falsi, offre scene di grande suggestione onirica, e una splendida colonna sonora firmata da David Bowie.

Adele H. – Una storia d’amore (L’histoire d’Adèle H., François Truffaut, 1975)

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Ancora Truffaut e una storia di amore e auto-distruzione.
Il film è tratto dai veri diari di Adèle Hugo, figlia del grande scrittore, che fuggì in Canada contro la volontà del padre per inseguire un ufficiale del quale era perdutamente innamorata.
Alla sua prima prova cinematografica la giovanissima Isabelle Adjani impersonò la protagonista con tale appassionata partecipazione da commuovere l’intera troupe.
A dire il vero, quella narrata non è una storia d’amore in senso stretto, perché il protagonista maschile, il tenente Pinson (Bruce Robinson) respinge metodicamente l’insana passione di Adèle, che lo segue ovunque, fino alle Barbados dove è di stanza, ossessionandolo con la sua presenza e le sue profferte di amore non corrisposto.
La protagonista non muore (la didascalia finale ci informa che Adèle Hugo visse in un ricovero fino agli 85 anni) ma scivola lentamente nella follia e nel degrado, subendo derisione e umiliazioni.
La scena forse più straziante del film è quella, verso la fine, in cui Pinson incontra Adèle per le strade di Bridgetown: lei cammina assente, con gli abiti a brandelli, lacera e polverosa. Lui mosso a pietà si ferma, ma lei passa oltre senza riconoscerlo, ormai sprofondata nel baratro di una follia senza ritorno.

Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht, Werner Herzog, 1979)

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Questo remake dell’omonima pellicola del 1922 di Murnau è un film straordinario, così liricamente bello a livello figurativo da avere una compiutezza nelle sue sole immagini, senza bisogno di una trama a sostenerlo.
La morte è presente per definizione: è il vampiro (Klaus Kinski, nella sua interpretazione più memorabile) a portarla ovunque vada, direttamente, suggendo il sangue alle sue vittime, e sotto forma di peste: in effetti le scene della città infestata dai topi, ormai condannata e in preda ad un funebre carnevale, sono tra le più memorabili dell’intera pellicola, e mi hanno sempre fatto pensare ad un quadro di Bosch.
L’amore è quello che lega Lucy (Isabelle Adjani, dalla bellezza lunare) al marito Jonathan (il bravo Bruno Ganz), anche quando quest’ultimo – già preda del vampiro – non la riconosce e anzi la respinge.
Per amore Lucy sacrificherà la vita alle brame cripto-sessuali del vampiro, decretandone così l’estinzione.
Tuttavia, anche il mostro ha bisogno di amore, e cerca di trovarlo in Lucy: le dirà, cercando di convincerla a unirsi a lui: “Quanto a me, una vita senza amore è la più abietta delle pene.”

nos4
27 dicembre 2016