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Questo genere cinematografico è prevalentemente legato agli Stati Uniti e ai suoi immensi spazi, anche se vi sono diversi esempi relativi a continenti diversi dal Nord America. La fonte letteraria è da ricercarsi in Steinbeck col suo “Furore” del 1939, un viaggio tra i derelitti e gli sbandati negli USA della post-depressione, e in grandissima parte in “On the road” di Kerouac (1957), una pietra miliare della letteratura nordamericana e praticamente il manifesto della “beat generation”.
Una curiosità, peraltro piuttosto nota, su “On the road”: Kerouac lo scrisse con una macchina da scrivere, ma non su fogli singoli, bensì su un rotolo di carta lungo 36 metri. Jack Kerouac scrisse a Neal Cassady, “ho scritto un romanzo su una striscia di carta lunga 120 piedi… infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi … fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada”.

Nei road movies, la strada e i suoi incontri, i suoi paesaggi, diventa contrappunto al viaggio, quasi un personaggio a sé stante. Ci sono innumerevoli esempi che mi piacerebbe trattare (un po’ alla volta…), comincio con due pellicole, apparentemente molto diverse ma che secondo me hanno svariati punti in comune.

Una storia vera (The Straight story – David Lynch, 1999)

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Il plot è basato appunto su una storia vera, un anziano contadino dell’Iowa di nome Alvin Straight che nel 1994 andò in Wisconsin a trovare il fratello – reduce da un infarto – guidando un tagliaerba. A cinque miglia all’ora, Straight coprì quasi 400 chilometri in sei settimane, e ce la fece.
Il titolo contiene un gioco di parole intraducibile: il cognome del protagonista, Straight, significa diritto, quindi il titolo è “la storia di Straight” ma anche “la storia diritta”, a significare l’intento del protagonista, semplice e lineare ma inflessibile, di incontrare il fratello prima che uno dei due muoia.
Naturalmente Alvin fa diversi incontri durante il suo viaggio: con ogni persona che incontra si confronta senza reticenza. Alvin non è un uomo sofisticato, si esprime con parole di tutti i giorni, parche parole che svelano una esistenza semplice ma solida, costruita giorno per giorno sull’esperienza, e anche un doloroso segreto del suo passato di guerra.
La storia si snoda nei luminosi, sterminati paesaggi statunitensi, con lentezza e quasi solennemente, col contrappunto di una colonna sonora funzionale e pacificante.
Il finale è perfetto: cosa dirà il fratello quando si incontreranno? e cosa risponderà Alvin? Il rischio era di cadere in un facile sentimentalismo. Ma no: Lyle accoglie il fratello Alvin, sorpreso e un po’ incredulo, e gli chiede: “Hai fatto tanta strada con quel coso per venire da me?” Alvin risponde semplicemente: “Sì, Lyle”. E poi si siedono insieme sulla veranda a guardare il tramonto.
I due fratelli, lontani da tanto tempo, trovano nel silenzio la cifra della loro mai spenta comunanza. Come dice Alvin a un certo punto del film “Nessuno ti conosce meglio di un fratello.”  In fondo, non sono necessarie tante parole.

This must be the place (Paolo Sorrentino, 2011)

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Storia e personaggi non potrebbero essere più diversi, ma credo che Sorrentino stesso abbia esplicitamente pagato tributo a Lynch e al suo film nel parlare di questa sua prima pellicola in lingua inglese.
Cheyenne (Sean Penn) è una ex rock-star sulla cinquantina, ormai assente dalle scene da diverso tempo, ma che ancora si trucca e si veste come se dovesse dare uno show, un po’ grottesco e un po’ infantile.
Per motivi molto diversi dall’Alvin di “Una storia vera” si appresta ad un viaggio da Dublino, dove vive, a New York dove il padre sta morendo, con mezzi insoliti (ha paura dell’aereo, e quindi affronta il viaggio in nave). Arriva troppo tardi, e può solo partecipare al funerale del padre, col quale da molto tempo non aveva rapporti. Tra le tante scene, quella di Cheyenne, col suo aspetto anti-convenzionale, che cammina col suo inseparabile trolley nel quartiere ebraico tradizionalista dove viveva il padre, è impagabile.
Viene a sapere che il padre aveva dedicato parte della sua esistenza a cercare di rintracciare un ex-ufficiale nazista, che lo aveva angariato in un campo di concentramento. Il nazista potrebbe essere già morto, ma Cheyenne affronta la ricerca, con la sua solita flemma, il suo immutabile sguardo, in apparenza indifferente a uomini e cose, ma senza deflettere un istante dal suo proposito (che alla fine coronerà).
Sempre uguale a se stesso, anche lui incontra diverse persone, alcune legate alla sua ricerca, altre no. Anche lui ha un doloroso ricordo che lo tormenta, e che è stato una delle ragioni che gli hanno fatto abbandonare le scene.
Alla fine tornerà, in aereo, e cambiato. Smessi i panni del rockettaro, quasi irriconoscibile in abiti borghesi, ma sereno, Cheyenne sembra aver trovato nel viaggio la maturità che non era ancora riuscito a raggiungere, e a sconfiggere paure e rimpianti. La strada, ovvero il viaggio, ha cambiato la sua esistenza, per troppi anni ripiegata su se stessa senza sbocchi.
Delle tante frasi che Cheyenne pronuncia, senza avere l’aria di dire nulla di originale o memorabile, mi sono piaciute queste:
– alla moglie Jane (Frances McDormand) che al telefono gli chiede se stia cercando se stesso, risponde: “Non sto cercando me stesso, sono in New Mexico, non in India.”
– “Chiedo scusa, però è  giusto che sappiate che l’ho fatto apposta.”
– “E’ un problema molto diffuso tra i giovani, la distrazione.”

Per altri articoli sui Road Movies si rmanda alla pagina Cinema

 

31 dicembre 2016