Leggi l’introduzione a questa serie di articoli in Serial killer – Ed Gein

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Come anticipato nel primo articolo di questa serie, la figura del serial killer non è esclusivo appannaggio degli USA. In questa non invidiabile classifica, anche l’Europa ha prodotto  casi che hanno fatto rumore, e che il cinema ha catturato per farne degli archetipi.

Peter Kürten, il Vampiro di Düsseldorf

Peter Kürten nasce nel 1883 a Köln, in quella che oggi si definirebbe una famiglia fortemente disagiata: due genitori e quattordici figli stipati in uno squallido stanzone, un padre alcolizzato e violento. È probabilmente da lui che Kürten apprende i suoi primi comportamenti sadici, che non tardano a palesarsi fin dagli anni infantili. Gli anni successivi, dall’adolescenza all’età adulta, vedono Kürten entrare ed uscire di prigione per i crimini più svariati. Le sue permanenze in galera – dove viene sottoposto ad ogni violenza immaginabile – non contribuiscono certo a migliorare le sue già perverse inclinazioni.

Il suo primo vero assassinio è del 1913: strangola una bambina di dieci anni e ne beve il sangue, una costante dei suoi futuri omicidi, dalla quale deriva il suo soprannome. Dopo una pausa di alcuni anni relativamente normali, durante i quali Kürten si sposa e diventa perfino attivista sindacale, la follia omicida riprende il sopravvento. Verrà finalmente fermato nel 1930, denunciato dalla stessa moglie, dopo una serie impressionante di delitti caratterizzati da uno spaventoso sadismo.

Una vicenda così perturbante non poteva non ispirare il cinema. Sarà Fritz Lang a raccogliere la sfida di portare sullo schermo la storia, con M – il mostro di Düsseldorf (M – Eine Stadt sucht einen Mörder, 1931).

Considerato a ragione un capolavoro dell’espressionismo, il film ricalca solo in parte la vicenda di Peter Kürten: il protagonista Hans Beckert (uno straordinario Peter Lorre, a cui “M” diede una enorme fama) è certamente un mostro, assassino e stupratore di bambine, ma è anche un uomo fortemente disturbato, e che si rende conto della sua anormalità.
Braccato sia dalla polizia che dai criminali della città (che vedono i loro affari compromessi dalle straordinarie misure di sicurezza messe in atto dalle autorità), Beckert viene infine catturato dai malviventi e trascinato davanti ad un improbabile tribunale fatto di assassini, ladri, prostitute e accattoni.
Chiamato a difendersi, grida a piena voce il suo disagio: per la prima volta può esternare lo spietato meccanismo interiore che puntualmente prende il sopravvento su di lui, e lo costringe a fare quello che fa – una dichiarazione che potrebbe a buon diritto entrare in un manuale di psichiatria, frutto della superba sceneggiatura dello stesso Lang e di Thea von Harbou. In questo link la versione italiana della scena, doppiata dal bravo Gianfranco Bellini (che prestò la voce anche al computer HAL in “2001: Odissea nello spazio”).

L’intervento provvidenziale della polizia salva Beckert dal linciaggio, anche se non è chiaro quale sarà il suo destino: finirà in manicomio, o verrà giustiziato?

Lorre interpretò la parte di Beckert con straordinaria partecipazione e pathos, riuscendo persino ad ispirare una sorta di inorridita compassione, nonostante gli efferati crimini dei quali il suo personaggio si rende colpevole. Accettare una parte simile fu un vero azzardo da parte sua, col rischio di rimanere per sempre associato ad una personalità così perversa.

Nella sua prima pellicola sonora, Lang sfrutta al massimo le possibilità offerte dal nuovo mezzo di espressione. I dialoghi, i contributi sonori, spesso anticipano allo spettatore gli eventi a venire, o introducono nuove svolte nella vicenda. Alcuni esempi:

  • Il film si apre con l’inquadratura di un cortile, dove una bimba gioca coi compagni intonando una macabra cantilena sull’ “uomo nero”.
  • Lo smascheramento del mostro è legato al motivetto che fischia ogni volta che si prepara a commettere un omicidio (è il tema della suite del Peer Gynt, di Edvard Grieg).
  • Quando Elsie (una delle piccole vittime del mostro) non torna a casa, la madre la chiama dalla finestra. La voce della madre viene contrappuntata dalle immagini dei luoghi, completamente deserti, del casermone dove Elsie abita e non farà più ritorno. Infine, l’inquadratura del desco vuoto che aspetterà invano il ritorno della piccola.

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Lang si ispirò a fatti veri per il suo film, e ne approfittò per descrivere con straordinaria efficacia il contesto politico e sociale della Germania del suo tempo. Come ebbe a dichiarare: “Penso che ogni film serio, che descriva i contemporanei, dovrebbe essere una sorta di documentario del suo tempo. Solo allora, secondo me, si raggiunge un certo grado di verità in un film. In questo senso Furia è un documentario, M è un documentario.” (Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Fritz Lang)

A causa dell’argomento scabroso, il film non ottenne in Italia il visto della censura, e uscì nelle sale solo nel 1960 (!).

Per altri articoli sui Serial killer si rimanda alla pagina Cinema.

 

28 gennaio 2017