oscar

Se devo dire cosa più mi ha impressionato della notte degli Oscar… Non è il fatto che La La Land (un film a mio parere mediocre, ma il tempo ce lo dirà) abbia vinto sei statuette. Non è nemmeno l’errore di assegnazione per il miglior film, per quanto mi abbia fatto sorridere come si è svolto: Beatty aveva chiaramente capito che qualcosa non andava… ha passato il foglio alla Dunaway per indurla a sua volta a cercare di capire, e lei senza fare una piega ha dato il fatale annuncio. Beh, cose che succedono, in fondo.

No, niente di tutto ciò.

Quello che davvero mi ha colpito e dato da pensare, è la faccia a guscio d’uovo di Warren Beatty e Faye Dunaway. Cinquant’anni (dicasi cinquanta) dopo Bonnie e Clyde, i due hanno in viso meno rughe di allora, e una mancanza di espressione facciale abbastanza agghiacciante. Specialmente guardando Beatty, mi è venuto da pensare che il vago, incancellabile sorriso che ha sfoggiato per tutta la serata fosse dovuto ad un eccesso di pelle tirata, più che ad una convenzionale espressione di contentezza (di essere lì, ancora vivo e almeno parzialmente senziente).

Nessuna novità, si intende. Sono ben pochi gli attori che si sottraggono alla regola del ritocchino (o del riassemblaggio, come nel caso dei due sopra citati).  Al Pacino, per esempio, almeno finora.
Quindi, tutto nella norma per il mondo del cinema, non fosse che solo qualche giorno fa non ho potuto fare a meno di notare che anche Lilli Gruber è chiaramente ricorsa ad un “aiuto”, e forse nemmeno per la prima volta. Quindi non solo gli attori, e non solo statunitensi: ormai non vi è categoria esente da questa mania, o necessità, a seconda di come la si voglia guardare. Quando non si ricorre alla plastica, per mancanza di mezzi o semplice paura, si insegue l’aspetto ritenuto ideale con sedute abbronzanti, pettinature che mascherano la inevitabile alopecia (vedi Donald Trump, ma anche diversi uomini assolutamente anonimi che sfruttano i capelli rimasti per farsi una frangetta che non inganna nessuno), trucco eccessivo, abbigliamento talmente giovanile che i giovani non lo adotterebbero mai, etc.

Leggendo i bei libri del neurologo Oliver Sacks, ho imparato una parola che mi era sconosciuta: “propriocezione”.  In senso neurologico stretto, significa “la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio … anche senza il supporto della vista.”  In senso più lato ed esteso, indica la percezione di sè.  In questa accezione, penso che la propriocezione, e la fiducia (o meglio, la mancanza di fiducia) che riponiamo nella vera essenza del nostro essere, siano gli elementi cruciali di questa continua – e inevitabilmente vana – rincorsa di una impossibile giovinezza.

Non vi è nessuno di noi che ad un certo punto della vita non debba fare i conti col cambiamento: all’improvviso vediamo corpo e viso cambiare, e allora ci sembra quasi che un amico di lunga data ci tradisca. Il processo di accettazione non è semplice, ma è essenziale. Per alcuni è più facile o naturale che per altri, ma occorre arrivare a patti col cambiamento senza farlo diventare un cruccio o una ossessione, e men che meno una patetica corsa al rimedio a tutti i costi.

Segnalo un libro molto insolito, ma che ho trovato interessante, anche se il rischio è di identificarvisi fin troppo: “Storia di un corpo” di Daniel Pennac (che non ha scritto solo libri su Benjamin Malaussène, capro espiatorio di professione, per quanto si tratti senz’altro del suo personaggio più noto).

Luisa Fezzardini, 27 febbraio 2017