Mi pare riduttivo parlare di robot, perché questa serie di articoli vuole trattare anche di quegli esseri – non infrequenti nel cinema e in letteratura – che sono mezzo uomini e mezzo… qualcos’altro. Iniziamo con l’archetipo primo, ovvero…

Il Golem

Il Golem compare nella mitologia medioevale ebraica dell’Europa centrale. E’ un essere antropomorfo, creato dall’argilla (così come Dio creò Adamo) e al quale può essere infusa la vita tramite specifiche parole: emet (verità) per attivarlo, e met (morte) per renderlo di nuovo inanimato. L’essere che così si ottiene è molto forte fisicamente e può essere adibito a lavori pesanti, ma è privo di anima, quindi incapace di esprimersi, pensare, e provare emozioni di qualunque tipo.

Narra la leggenda che nel XVI secolo il rabbino Jehuda Löw di Praga creò alcuni Golem per farne dei servi, ma perse il controllo di uno di essi, che si mise a distruggere tutto ciò che incontrava al suo passaggio. Rimediato alla situazione, Löw smise di servirsi di quei servi forti ma pericolosi, e nascose quelli che ancora gli rimanevano nel solaio della sinagoga Staronova, nell’antico ghetto, dove si troverebbero ancora oggi.

staronovaLa vicenda ispirò molta letteratura e – ovviamente – il cinema. Come avrete capito leggendo la descrizione, il Golem rappresenta un archetipo che ha dato vita a molti successori, il mostro di Frankenstein in primis, ma anche e soprattutto le molte pellicole dove un robot, o comunque un essere artificiale, creato con le migliori intenzioni, va fuori controllo in modo funesto.

Il libro

Gustav Meyrink, nato in pieno Impero Austro-Ungarico, collocò il suo libro “Il Golem” del 1915 in una Praga magica e misteriosa, cadente e vetusta ma anche affascinante. Quando visitai Praga per la prima volta era ancora sotto il controllo sovietico. Ne ebbi una impressione fortissima, e molto aderente al libro nonostante i molti anni di stacco. Pareva che il tempo si fosse fermato, e la stessa decadenza della città ne costituiva il fascino maggiore. Oggi, piena di vita e brillante com’è, non è minimamente paragonabile all’effetto che mi fece allora, grigia e spenta, ma percorsa da fremiti intellettuali e popolata dai suoi vivacissimi abitanti, tutt’altro che rassegnati all’occupazione (come la storia successiva ben dimostrò). L’ex ghetto ebraico non era il luogo turistico di oggi, ma un quartiere triste e negletto, collocato nel centro cittadino  ma in qualche modo ancora separato, nonostante non vi fossero più muri o cancello.

Nel libro di Meyrink, il Golem – più che un essere con una fisicità vera e propria – è una apparizione, una specie di incarnazione di una epidemia spirituale che si propaga per il ghetto ebraico a cadenze trentatrennali, e che funge da catalizzatore delle inquietudini e degli umori del ghetto, delle sue paure e angosce quotidiane. Nulla meglio del libro stesso può descrivere l’atmosfera:

“Ogni trentatre anni all’incirca si ripete nelle nostre viuzze un avvenimento, che in se stesso non ha proprio niente di particolarmente allarmante e tuttavia riesce a propagare uno spavento per il quale non si possono trovare né spiegazioni né giustificazioni.
Succede cioè ogni volta che un uomo assolutamente sconosciuto, privo di barba, dalla faccia gialla e tratti mongolici, provenendo dalla via della Vecchia Scuola, vestito di abiti stinti e fuori moda, con un’andatura incespicante in modo specialissimo e uniforme, come se ad ogni attimo dovesse cadere in avanti, attraversa il quartiere ebraico e d’un tratto si rende invisibile. …
Quanto a me, ho incontrato il Golem per la prima volta in vita mia circa trentatre anni fa. Egli mi venne incontro in una casa a due uscite, ricordo che quasi ci buttammo uno addosso all’altro dallo spavento. …
In quell’istante preciso, ne sono certo, certissimo, un attimo prima di scorgerlo, qualcosa in me esplose in un urlo straziante: il Golem!”

Pur discontinuo com’è, il libro di Meyrink è affascinante e vale senz’altro la pena di leggerlo.

Nel cinema

Il Golem (“der Golem”) è un film muto del 1915 diretto da Henrik Galeen e da Paul Wegener, che veste anche i panni della creatura che ritorna in vita nel ghetto di Praga.

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È considerato il primo film sul soggetto della leggenda del Golem, ma la pellicola – essendo andata perduta – è molto meno famosa de “Il Golem – come venne al mondo” che Wegener girò nel 1920 sullo stesso tema.

Nonostante sia così datato, e gli effetti speciali appaiano ingenui ad un occhio moderno, il film è interessante perché molte situazioni e scene vennero poi copiate, a volte quasi fotogramma per fotogramma, in pellicole successive, e anche in tempi recenti.

Inoltre, il tema della creatura mostruosa che si innamora senza speranza e diviene perciò un distruttore venne ripresa anche dal celebre “King Kong”.

Per altri articoli sugli esseri artificiali si rimanda alla pagina Cinema.

28 aprile 2017