doppio

Ho sempre trovato l’argomento quanto mai intrigante. Ho pensato di suddividerlo in: il doppio al cinema, in letteratura, e nelle arti figurative, e in tutti questi campi c’è abbondanza di materiale.

Vediamo se chi legge sarà d’accordo sulle scelte, o avrà altri esempi da portare (sempre benvenuti).

Quell’oscuro oggetto del desiderio (Luis Buñuel, 1977)

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La trama, ridotta all’osso, verte sul racconto della passione fisica e sentimentale di Mathieu, un uomo francese di mezza età (interpretato da Fernando Rey), per una giovanissima spagnola, Conchita.

Conchita alletta Mathieu con promesse sensuali, che poi regolarmente frustra, negandosi.  Si dichiara vergine, ma poi sembra che si dia regolarmente a più amanti, tranne ovviamente Mathieu, che lusinga per poi sbeffeggiarlo. I due si lasciano, si inseguono, si picchiano, si umiliano a vicenda, ma sembra che nessuno dei due possa fare a meno dell’altro.

Il doppio qui è proprio Conchita, che viene interpretata da due attrici molto diverse, Carole Bouquet e Angela Molina, che si alternano nel ruolo senza una logica apparente. Però secondo me questo non è un film dove cercare una logica, e nemmeno una sequenzialità nella trama: va visto e “vissuto” come un sogno, uno di quei sogni dove fatti e situazioni diverse si accavallano, apparentemente senza connessione, ma che infallibilmente riflettono le nostre esperienze e pulsioni più profonde. I sogni che gli analisti amano tanto sviscerare, per intenderci.

Un leit-motiv dei lavori di Buñuel, ovvero la critica feroce alla borghesia (tutta la borghesia), è ben presente anche qui. Mathieu è danaroso, e pensa di poter comprare tutto, anche quello che brama di più e che Conchita con disprezzo e malignità continua a negargli: la soddisfazione sessuale in primis, ma anche e soprattutto il desiderio di possesso sulla giovane donna, al quale ella continua a sottrarsi, irridendolo.

Kagemusha – L’ombra del guerriero (Akira Kurosawa, 1980)

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Per una analisi efficace e sensibile del film, compreso il tema del doppio, rimando a questo bell’articolo nel blog “L’ultimo spettacolo”.

Mi limito qui a considerare che in questo caso il sosia (questo significa “kagemusha”) copre all’inizio solo la presenza fisica del morto, ma lentamente, nel divenire della sua vicenda umana, diventa anche il doppio spirituale dell’autorevole personaggio che rimpiazza, il capo-clan Shingen Takeda.

All’inizio, i servitori del defunto signore – messi a parte della sostituzione di persona – vengono preposti al controllo e alla supervisione del sosia e dei suoi movimenti. Poco prima del suo accidentale smascheramento però, in una scena breve ma significativa, il fratello di Shingen – non trovando il sosia nell’appartamento – chiede ragione ai servitori della mancata sorveglianza. Ed essi rispondono che il “kagemusha”, all’inizio persona del popolo, volgare e ribelle, col tempo sembra avere accolto in sè il regale, dignitoso spirito del loro padrone, al punto che il loro controllo non è più necessario.

Per finire, aggiungo che Akira Kurosawa stentò moltissimo a trovare i fondi per realizzare questo memorabile film, e vi riuscì solo grazie all’intervento di George Lucas e Francis Ford Coppola, suoi grandissimi ammiratori, che convinsero la 20th Century Fox a finanziare una grossa fetta della produzione. Alla fine partecipò anche la casa giapponese Toho, che aveva avuto in precedenza seri disaccordi con Kurosawa, e non era perciò molto ben disposta nei suoi confronti.

Inseparabili (David Cronenberg, 1988)

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Un caso in cui il doppio è un gemello, quindi una persona diversa e separata, ma con tali e tante caratteristiche simili da renderla quasi una proiezione di sè.

Premetto che, nonostante riconosca in Jeremy Irons ottime doti, a pelle non mi è mai particolarmente piaciuto. Devo però dire che in questo strano film, che un po’ attira e un po’ respinge, e dove interpreta una doppia parte, è veramente efficace.

Il plot, tratto da un autentico fatto di cronaca, vede i due gemelli Beverly e Elliot Mantle, entrambi stimati ginecologi, entrare in una spirale di auto-distruzione a causa della relazione di uno dei due (Beverly, il più fragile) con una attrice.

Più che la donna in sè, è la rottura del legame esclusivo col gemello a innescare il processo di degrado. I due finiscono per isolarsi sempre di più, abbrutendosi con droghe di tutti i tipi, fino a che Elliot si “sacrifica” (in modo particolarmente atroce e morboso) per permettere al fratello di essere libero. Ma Beverly si rende conto che non gli è possibile concepire la vita senza quello che a tutti gli effetti è il suo doppio, un altro se stesso più che un gemello, e si toglie la vita tra le braccia morte di Elliot.

Piccolo Buddha (Bernardo Bertolucci, 1993)

C’è in questo film una scena che propone il tema del doppio: va ovviamente vista e interpretata nel suo contesto, e non è precisamente in tema col resto che voglio trattare… ma sono immagini così belle dal punto di vista figurativo, e così dense di significato, che non ho resistito.

The Prestige (Christopher Nolan, 2006)

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La trama è veramente complicata, ma direi più da raccontare per iscritto che da seguire nel film. La sceneggiatura è infatti talmente avvincente (e convincente), che l’intricata vicenda si fa seguire senza troppi problemi. Il succo consiste nella acerrima rivalità tra due illusionisti, un tempo amici, che si contendono il predominio del palcoscenico senza esclusione di colpi (alcuni veramente pesanti).

Come ben spiega il film fin dall’inizio per voce dell’antico maestro dei due rivali (Michael Caine – ho già detto altrove che lo adoro?) ogni trucco illusionistico è diviso in tre tempi: la presentazione, il colpo di scena, e il prestigio, che dà il titolo al film: ovvero il coup de théâtre, la novità mai vista prima.

Di questo vanno alla caccia i due artisti, e quando uno dei due propone un trucco che lo smaterializza e lo fa apparire altrove nel teatro, riscuotendo un enorme successo, l’altro fa di tutto per carpirne il segreto. Con l’intreccio di vicende professionali e sentimentali, morti vere e fittizie, la trama precipita verso un finale che si dirama in più direzioni.

Tra somiglianze sorprendenti, gemelli di cui non si sospettava l’esistenza, e corpi clonati all’infinito, il tema del doppio è ampiamente coperto dalla storia, frutto di una accurata sceneggiatura dei fratelli Nolan. Particolarmente racappricciante la scena finale, quando il teatro va a fuoco e rivela le decine di vasche dove galleggiano i corpi senza vita dei cloni creati dalla macchina per il teletrasporto.

Sia Christian Bale che Hugh Jackman ricoprono un doppio ruolo, entrambi con molta efficacia. Oltre al bravissimo Michael Caine, che fa bene tutto quello che fa, si fa apprezzare il cameo di David Bowie, che interpreta con autorità lo scienziato Nikola Tesla, che come si sa è realmente esistito (ma non credo abbia mai prodotto una macchina per il teletrasporto…).

La donna che visse due volte (Alfred Hitchcock, 1958)

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Ho già menzionato questo cupo, affascinante noir nell’articolo Scale, scaloni, scalette.

La protagonista è interpretata da Kim Novak, nel duplice ruolo di Madeleine e di Judy. La trama è nota, mi limito a osservare che Hitchcock non incentra il mistero e la suspense sulla identità della donna: tanto è vero che già a circa metà della pellicola lo spettatore viene a sapere che la rossa Judy è in realta colei che Scottie (James Stewart) aveva amato come Madeleine. Ciò consentì a Hitchcock di spostare il polo dell’attenzione sul tema del doppio, a lui tanto caro.

Per altri articoli sul tema del doppio nel cinema, si rimanda alla pagina Cinema.

1 giugno 2017