Dedico questo articolo alle pellicole che trattano il tema del doppio nella identità di genere. Tratto lo stesso argomento,  ma calato in una realtà di disturbo mentale, nell’articolo Il tema del doppio nel cinema – parte terza: il doppio dissociato.

Tootsie (Sydney Pollack, 1982)

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Il regista di questo film molto “anni ’80” è Pollack, che copre anche la parte dell’agente di Michael Dorsey (Dustin Hoffman). E’ però senz’altro un film “di Dustin Hoffman”, che impose il suo ritmo e indubbiamente spadroneggia senza rivali.

La trama: Michael Dorsey è un ottimo attore teatrale, che però non riesce a trovare ingaggi a causa del suo carattere intransigente. Divide l’appartamento con Jeff (Bill Murray), drammaturgo ancora in cerca di successo, ed entrambi per sopravvivere fanno i camerieri. Anche Sandy (Teri Garr) è un’aspirante attrice, e un giorno chiede a Michael di accompagnarla ad un provino per una parte in una soap opera televisiva.

Sandy non viene selezionata, ma Michael – che nel frattempo ha incassato una ennesima delusione professionale – coglie l’occasione di lavoro, si presenta travestito da donna, e viene assunto. Da quel momento sarà Dorothy Michaels, all’insaputa di tutti tranne che del suo agente (il quale prevede guai che puntualmente si avvereranno).

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Come Dorothy (soprannominata Tootsie dal regista della soap) Michael si impone al grande pubblico, specie quello femminile, proponendo una figura di donna indipendente nel comportamento e nel giudizio, non bisognosa di consenso e tantomeno di approvazione maschile. In breve, diventa popolarissima. Purtroppo si innamora della coprotagonista Julie (Jessica Lange), mentre il padre di Julie, Les, vedovo da molti anni, fa una corte serrata a Dorothy.

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Nei panni di Dorothy, Michael viene anche circuito da uno dei protagonisti della soap, mentre un serie di circostanze lo portano suo malgrado ad allacciare una relazione sentimentale con Sandy, che fino a quel momento era solo una buona amica.

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Michael cerca di trarsi d’impaccio uscendo dalla serie, ma dati gli altissimi ascolti che la presenza di Dorothy assicura, il contratto gli viene rinnovato. Non gli resta perciò che svelare egli stesso la mistificazione nella scena della “rivelazione”, che contrariamente al solito viene trasmessa in diretta. Alla fine riuscirà a conquistare Julie nei suoi veri panni.

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Solo la Lange si guadagnò l’Oscar 1983 come migliore attrice non protagonista. Va detto che la statuetta al miglior attore protagonista andò, meritatissimo e incontestato, a Ben Kingsley per “Gandhi”, che quell’anno fece incetta di premi e nomination.

In “Tootsie” vediamo anche, in parti di contorno, i “non ancora famosi” Bill Murray e Geena Davis, e in un cameo il padre della pop art Andy Warhol.

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Una curiosità nella trama che forse non tutti colgono: confidandosi con Dorothy, Julie si lamenta degli atteggiamenti superficiali del suo partner,  il regista della soap. Ebbene, sono esattamente gli stessi atteggiamenti che Michael ha verso Sandy, anche se non dettati da indifferenza ma dalla necessità di barcamenarsi con la sua doppia identità. Questo dualismo è anch’esso parte del tema del doppio nella pellicola.

 

Mrs. Doubtfire (Chris Columbus, 1993)

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Un altro film che è decisamente più dell’attore che del regista. Il protagonista Daniel Hillard (Robin Williams), divorziato, con tre figli che ama molto e vorrebbe vedere di più, si trasforma in una perfetta, attempata governante – Mrs. Doubtfire, appunto – e si fa assumere dall’ignara ex-moglie (interpretata da Sally Field) per poter star loro più vicino.
Anche in questo caso equivoci e intrecci narrativi portano ad una scena risolutiva che si svolge in un ristorante, dove Williams interpreta una scena di trasformismo partecipando a due cene in contemporanea, una come Daniel e una come Mrs. Doubtfire. Fortunatamente il finale è abbastanza realistico, e non buonista come avrebbe voluto la produzione (alla quale sia la Field che Williams e il regista si opposero con decisione): Daniel e la ex-moglie non si rimetteranno insieme, ma Daniel avrà la possibilità di passare molto più tempo con i suoi ragazzi.

Confesso che Robin Williams non mi è mai molto piaciuto. So di non essere popolare in questa mia opinione, specie dopo la triste vicenda della sua morte, ma resto comunque del mio avviso. Aveva senza dubbio un talento non comune, ma non mi piaceva il modo in cui spesso sceglieva soggetti dove spingeva sul pedale del facile sentimentalismo, o su interpretazioni basate sul clichè dell’eterno ragazzo non cresciuto.

L’ho invece molto apprezzato in alcune pellicole dove faceva l’attore, e non il mattatore. Quando si imponeva di contenere il suo straripante istrionismo riusciva a offrire ottime, credibili interpretazioni: metto senz’altro in testa “One Hour Photo” e “Insomnia”, entrambi del 2002. Ma anche “Will Hunting”, “La leggenda del re pescatore”, e lo struggente “L’attimo fuggente”, del quale ho brevemente scritto qui.

Victor Victoria (Blake Edwards, 1982)

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Lo stesso anno di Tootsie per questa brillante commedia ambientata a Parigi negli anni ’30.
La soprano disoccupata Victoria Grant (Julie Andrews) trova, grazie all’amico gay Toddy, un ingaggio come Victor. Tranne Toddy, che conosce la verità, tutti pensano che Victor sia un uomo che si traveste da donna e ne ammirano le performance teatrali.

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Nel frattempo il gangster americano King Marchan (James Garner) è attratto da Victor, ma è convinto che sia una donna, e cerca di averne la prova. Cominciano una serie di equivoci, smascheramenti, rivelazioni di omosessualità, ma tutto in un clima leggero e brillante, e con l’inevitabile lieto fine, che però qua è d’obbligo.

Il finale toccherà a Toddy (il bravissimo Robert Preston) con un numero “en travesti” dove, come in un gioco di specchi, “finge di essere una donna, che finge di essere un uomo, che finge di essere una donna”.

A qualcuno piace caldo (Some like it hot, Billy Wilder, 1959)

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Una delle più famose commedie di sempre. Joe e Jerry (Tony Curtis e Jack Lemmon) sono due spiantati musicisti di jazz a Chicago negli anni ’30. Assistono per caso alla strage di San Valentino, e da quel momento vengono braccati dalla banda di “Ghette”, un accolito di Al Capone. Per sfuggire ai criminali, si aggregano ad una orchestra femminile di jazz diretta in Florida, fingendo di essere due donne: Josephine e Daphne (per inciso,  Curtis come donna non è nemmeno male, ma Lemmon è proprio improponibile, e ciò non fa che aumentare l’effetto comico).

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Dell’orchestra fa parte anche “Zucchero” (Marilyn Monroe), della quale Joe si innamora, ma che non può corteggiare nei panni di Josephine: assumerà quindi una ennesima identità,  quella di “Junior”, l’annoiato, spocchioso erede della famiglia di petrolieri Shell.

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Anche Jerry però riscuote (inspiegabilmente) successo in gonnella, guadagnandosi uno spasimante milionario.

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A complicare la faccenda, proprio l’hotel dove si esibisce l’orchestra diventa la location di una riunione generale di bande, tra cui quella di “Ghette”, cioè proprio coloro ai quali Joe e Jerry volevano sfuggire. Tra equivoci, fughe, cambi di abito e di identità, inseguimenti, il film fila come un treno verso il suo arci-noto finale: “Nessuno è perfetto”, che è tra le battute  più famose della storia del cinema.

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Un aneddoto: la costumista, che ebbe anche il non facile compito di abbigliare da donna i due attori, disse un giorno alla Monroe che Tony Curtis aveva un posteriore più bello del suo. La diva si toccò il petto e rispose: “Di certo però non ha due tette così! “.

Sono tante le scene famose. In questa Jerry, che si è lasciato prendere un po’ troppo la mano dal suo ruolo femminile, annuncia a Joe di essersi fidanzato. Per altri articoli sul tema del doppio nel cinema, si rimanda alla pagina Cinema.

10 giugno 2017