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Il doppio nel cinema – parte quarta: il Doppelgänger

Dai miei ormai lontani studi di tedesco ho appreso il termine “Doppelgänger” (letteralmente “doppio viandante”), un termine che aggiunge una sfumatura al semplice termine “doppio”.

Il Doppelgänger è sì un sosia, un doppio, ma più spesso un doppio malvagio, un gemello cattivo, se non addirittura una presenza soprannaturale, uno spettro che tormenta e perseguita il suo originale. Si riferisce a volte anche all’esistenza di un alter ego che si trova in un luogo diverso (bilocazione). In alcune mitologie, i Doppelgänger non proiettano ombre e non si riflettono negli specchi o nell’acqua e inoltre vedere il proprio doppelgänger è un presagio di morte.

Nulla esplicita il concetto di Doppelgänger più dell’immagine riflessa nello specchio.
Nel folklore di vari paesi europei troviamo la credenza secondo cui lo specchio è in grado di catturare l’anima di chi vi si riflette. Da questa credenza scaturisce ad esempio l’usanza di velare gli specchi nella casa di un morto (perché lo specchio potrebbe trattenere l’anima e impedirle di andarsene), o il timore di rompere lo specchio, poiché la persona viva subirebbe la stessa sorte della sua immagine.
Nello specchio l’immagine appare meravigliosamente perfetta, sia per somiglianza e mobilità, che per fedele obbedienza a ogni nostro gesto; ma è anche un’immagine capovolta, al negativo. Per questo il riflesso nello specchio ha spesso ispirato anche sensazioni oscure.

In tutti i casi, il Doppelgänger rappresenta una crepa nell’ordinato svolgersi delle cose, una anomalia da correggere, e non può perciò avere vita lunga: già dall’inizio della vicenda si sa che alla fine uno dei due dovrà soccombere.

Sia la letteratura che il cinema hanno declinato in vari modi tutti questi temi. Dedicherò alla letteratura un articolo a parte, vediamo qui alcune pellicole che trattano l’argomento.

Lo studente di Praga (Der Student von Prag, 1913)

Viene comunemente considerato il primo film d’avant-garde, precursore dell’Espressionismo. Qui lo trovate per intero con sottotitoli in inglese.

La trama richiama sia il “Faust” di Goethe che “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde. In poche parole: il protagonista Balduin, uno studente povero, si innamora follemente di una contessa. Per diventare ricco e poterla corteggiare stringe un patto con il diabolico dottor Scapinelli, che per una grossa somma compra la sua immagine riflessa nello specchio. Tale immagina comincia però a perseguitare Balduin, che alla fine disperato spara al suo doppio, provocando così anche la propria morte.

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L’aspetto interessante del film è legato all’attore protagonista Paul Wegener, che fu anche il produttore della pellicola. Wegener divenne famosissimo per questo film, e dopo un paio d’anni replicò il successo con “Il Golem”, che ho trattato in questo articolo.

Wegener si era sempre appassionato di trucchi fotografici, e da molto tempo aveva in mente di sfruttare l’effetto provocato dalla doppia esposizione. Tale effetto, una novità per l’epoca, dava vita in modo esemplare all’idea di Doppelgänger tanto radicata nella tradizione tedesca.

Il film ottenne immediato successo, sia in patria che all’estero, per la sua atmosfera romantica e cupa, e per gli effetti speciali che in quei tempi di pionerismo cinematografico trovavano un pubblico ancora vergine.

 

Lo specchio scuro (The Dark Mirror, 1946)

E’ un film di Siodmak, regista tedesco emigrato in Europa, che realizzò numerosi film noir, trasferendo a questo genere le atmosfere dell’espressionismo tedesco.

La trama: il dottor Peralta è stato ucciso, e l’assassina è subito identificata da diversi testimoni. Ma la donna ha una gemella, e saranno il tenente Stevenson e lo psicanalista Scott Elliott a dover capire chi delle due è la colpevole. La dolce Ruth e la fredda, spietata Terry – interpretate da Olivia de Havilland – si innamorano entrambe di Elliott. Terry, che soffre di un latente rancore verso la sorella, non esita a eliminarla e ad addossarle la colpa dell’omicidio. In omaggio ai canoni hollywodiani dell’epoca, sarà però il bene a trionfare.

Il tema del Doppelgänger è trattato sia visivamente (e a volte un po’ banalmente, con Terry vestita di nero e Ruth di bianco), che dal punto di vista psicologico. L’atmosfera è senz’altro da noir, ambigua, con un sottofondo di inquietudine.

In questa scena, le due sorelle si confrontano davanti ad uno specchio, e il montaggio fa in modo che vi siano sempre tre immagini presenti sullo schermo.

 

 

La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo, 1985)

In questo geniale film Woody Allen tratta il tema del Doppelgänger in chiave di commedia.

Tuttavia, dietro la facciata brillante, il grande regista ci indica una ulteriore chiave di lettura, ovvero che è il cinema in generale a costituire per ciascuno di noi un doppio ideale. Nelle fittizie vicende che si svolgono sullo schermo, ciascuno di noi può proiettare sogni, desideri, voglia di avventura e di evasione, e crearsi così una vita alternativa e più soddisfacente.

E’ questo che fa Cecilia (Mia Farrow), che nel New Jersey della Grande Depressione è una cameriera scialba e insoddisfatta, sposata ad un buono a nulla che la sfrutta e la umilia. Cecilia si rifugia al cinematografo, e vede il film “La rosa purpurea del Cairo” talmente tante volte che il protagonista della pellicola, Tom Baxter (Jeff Daniels) la nota, ed esce dallo schermo materializzandosi. Mentre Cecilia vorrebbe far parte del mondo lussuoso e ideale del “silver screen”, Tom Baxter vuole invece imparare a vivere con lei nel mondo reale.

Nel frattempo gli altri protagonisti del film sono rimasti dentro alla pellicola, e mentre aspettano che il protagonista ritorni, interagiscono fra di loro e col pubblico. L’incredibile notizia si propaga rapidamente, e da altre sale arrivano segnalazioni di tentativi del protagonista di uscire dallo schermo. I produttori del film sono nel panico, e intimano a Gil Shepherd (l’attore che ha impersonato Tom Baxter, sempre Jeff Daniels ovviamente) di rimediare alla situazione.

Per farlo, Gil farà innamorare di sè Cecilia, promettendole una nuova vita a Hollywood purché convinca Tom Baxter a rientrare nella pellicola. Cecilia, felice, obbedisce. Ma verrà abbandonata da Gil, che una volta ottenuto il suo scopo rientra a Hollywood e alla sua vita dorata. A Cecilia non resterà che tornare alla sua squallida routine e a rifugiarsi, una volta di più e ormai per sempre, nel cinematografo. A Gil rimane il dubbio che forse Cecilia poteva essere la compagna che aveva sempre cercato, ma ciò nonostante non torna indietro.

Tutto il film è un raddoppio, non solo di personaggi e ruoli, ma anche di situazioni. Nella vita reale Tom Baxter, uscito da una pellicola, non sa come muoversi e combina guai a ripetizione. Di contro Cecilia, quando entra nella pellicola insieme a Tom, rimane incantata da quella fittizia realtà che fino ad allora aveva solo visto proiettata.

Credo di aver riscontrato l’evidenza più lampante della tesi di Allen anni dopo, quando lessi che una adolescente aveva visto “Titanic” qualche centinaio di volte, fino a che la famiglia si era decisa a metterla in cura per quella che era diventata una autentica alienazione.

 

 

La doppia vita di Veronica (La Double Vie de Véronique, 1991)

Come sempre, Kieślowski riesce a drammatizzare le sue storie e a farle autenticamente sentire, più che semplicemente raccontarle.

Weronika e Véronique, la prima polacca e l’altra francese, sono identiche di aspetto, dotate di una splendida voce, ed entrambe affette da problemi cardiaci. Durante un concerto Weronika cade a terra e muore, stroncata dal suo cuore malato.
Nel frattempo a Parigi Véronique prova all’improvviso una sensazione di solitudine. Venuta a sapere che a causa della sua malformazione cardiaca il canto potrebbe mettere a rischio la sua vita, decide di smettere di esibirsi e si dedica all’insegnamento.
Véronique allaccia poi una relazione con un marionettista, Alexandre, che le dice che in Polonia vi era una donna uguale a lei. Alexandre creerà poi due marionette identiche, e farà loro recitare la storia delle due Veroniche.

Il film non ci propone una trama fatta di eventi, in senso stretto. E’ più un susseguirsi di immagini, evocazioni, memorie, sensazioni.

 

Il ritratto di Dorian Gray

Dal famosissimo romanzo di Oscar Wilde sono state tratte diverse pellicole. Quella forse più fedele alla trama originale è quella del 1945. In tutte quelle successive, il desiderio di rendere ancora più ambigua e conturbante una vicenda che già lo era di suo, ha secondo me portato a rimaneggiamenti della trama che in ultima analisi non giovano più di tanto.  Propongo qui alcuni finali, accomunati da uno scostamento abbastanza significativo rispetto al romanzo: mentre nel libro Dorian è solo mentre accoltella il proprio ritratto, e sono i servitori a trovare il suo corpo successivamente, in tutte queste versioni cinematografiche vi è sempre qualcuno presente, o che interviene quasi immediatamente. In tutti i casi, il coup de théâtre è la trasformazione finale di Dorian e del suo ritratto.

Mi ha sempre colpito come la componente omosessuale presente nel romanzo (che Wilde dovette celare in qualche modo per non incorrere nella censura vittoriana, ma che comunque traspare chiaramente) non sia mai stata riportata sullo schermo in modo preciso, nonostante i tempi attuali lo permetterebbero ampiamente.
Per altri articoli sul tema del doppio nel cinema, si rimanda alla pagina Cinema.

9 luglio 2017

 

 

 

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