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Il 28 novembre 1966 lo scrittore Truman Capote, uno dei più discussi e controversi del suo tempo, decise di tener fede ad una promessa che aveva fatto molto tempo prima a se stesso e ad alcuni amici stretti. “Se avrò successo” disse “organizzerò l’evento del secolo.”

Lo fece davvero. Per celebrare il successo del suo capolavoro “A sangue freddo” (In Cold Blood), pubblicato a puntate sul New Yorker, Capote annunciò il suo “Black and White Ball”.
Scelse come location l’Hotel Plaza di New York, invitò cinquecento tra attori, artisti, magnati dell’industria, politici, che all’epoca se lo contendevano in tutti gli eventi mondani, e dettò il tema: una festa in maschera, in bianco e nero. La sfida agli invitati era di celare le loro arcinote identità dietro maschere e abbigliamento che potevano essere di qualsiasi forma e stile, purché nei due colori (anzi, non-colori) stabiliti.

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Truman Capote mentre accoglie gli invitati

La festa ebbe un successo debordante. La folla si accalcò davanti al Plaza per guardare i partecipanti entrare, talmente numerosa che dovette intervenire la polizia a ristabilire l’ordine.

Gli invitati erano il jet-set di allora: Frank Sinatra e Mia Farrow, Richard Burton, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Lauren Bacall, Candice Bergen tra gli attori; Tennesse Williams, John Steinbeck, Leonard Bernstein, Arthur Miller, Andy Warhol tra gli artisti; industria e finanza videro la partecipazione dei Rothschild, i Vanderbilt, i Ford, gli Agnelli. E poi i Kennedy, il duca e la duchessa di Windsor…

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Frank Sinatra e una giovanissima Mia Farrow, sua moglie da due anni
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Candice Bergen e Truman Capote
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Gianni e Marella Agnelli
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Richard Burton ed Elizabeth Taylor
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Henry Fonda con la quinta moglie Shirlee Mae Adams

Capote era all’epoca uno di quei personaggi che si amano o si odiano, e in entrambi i casi senza riserve. Ma anche i suoi avversari si presentarono tutti: era uno di quegli eventi dove, per dirla all’americana: “be there or be square”, ovvero: se non ci sei, non sei “in”, non sei nessuno.

Gli stilisti di moda ebbero il loro bel da fare per consigliare mise e maschere che non passassero inosservati – una bella impresa, considerate le risorse che gli invitati potevano mettere in gioco.

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Tuttavia il padrone di casa si accontentò sobriamente di una maschera nera, pagata la bella cifra di 39 cent…

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Il “colpo di teatro” della serata venne, incontestabilmente, dalla modella Penelope Tree, che in omaggio alla moda del momento, non ancora accettata dall’establishment ufficiale, indossava una corta tunica nera che le lasciava scoperto il ventre. Fu la sua prima e clamorosa apparizione pubblica, che la decretò seduta stante come icona pop del momento.

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Penelope Tree proveniva da una famiglia ricchissima. Il padre, un ex-deputato, minacciò di denunciarla se continuava a fare la modella, ma alla fine dovette rassegnarsi.
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…e a proposito di icone pop, Andy Warhol fu l’unico a presentarsi senza maschera

Dopo il ballo e una memorabile cena annaffiata da fiumi di champagne, la festa si prolungò fino alle tre del mattino, quando – con Frank Sinatra in testa – gli ospiti cominciarono ad andarsene alla spicciolata, per farsi un’ultima bevuta in uno dei tanti club che all’epoca dettavano il tono alla società statunitense.

L’evento fu davvero epocale. Il Times pubblicò la lista degli invitati, un onore che solitamente era riservato agli ospiti della Casa Bianca.
I preparativi, nonché i dissidi che ne seguirono, sono ben raccontati nel libro “The Swans of Fifth Avenue” di Melanie Benjamin. Inevitabilmente, Capote dovette fare una scelta, e non fu certo facile: “Ho invitato cinquecento persone e mi sono fatto 15 mila nemici” ebbe a dire dopo.

Dopo pochissimi anni, Capote dovette affrontare la china discendente di una popolarità in frantumi, a causa del suo “Preghiere esaudite” (Answered Prayers. A Dark Comedy About the Very Rich). Nel libro, del quale vennero pubblicati su Esquire solo i primi tre episodi degli otto totali, lo scrittore descrisse in modo fin troppo esplicito e riconoscibile le meschine vicende e le cafonaggini del jet set newyorkese, alienandosi irrevocabilmente l’amicizia di quasi tutti quelli che prima lo osannavano. L’ostracismo che ne seguì lo portò ad una irreversibile spirale di depressione, alcolismo, e dipendenza da droghe, che ne decretarono la fine a meno di un mese dal suo sessantesimo compleanno.

Luisa Fezzardini, 13 luglio 2017