boyer5Francese naturalizzato americano, eclettico, Charles Boyer è riuscito nel corso della carriera ad esprimersi sempre ad alti livelli, impersonando figure a volte arcigne e opportuniste, ma dotate di un forte senso drammatico.

Acquistò grande prestigio nel periodo fra il 1930 e la seconda guerra mondiale come uno dei maggiori amatori del cinema, aiutato dal suo esotico (per Hollywood) accento francese. Divenne particolarmente famoso il pulsare di una vena alla tempia sinistra, che caratterizzava in lui gli istanti di maggiore tensione drammatica o erotica e che – a quanto pare – mandava in visibilio il pubblico femminile.

Ebbe relazioni con svariate famose attrici, ma nella vita privata fu uno degli attori più tranquilli e riservati, che non si conformò alla moda degli scandali hollywoodiani. Si sposò con l’attrice inglese Pat Paterson, e fu un matrimonio riuscito e felice, da cui nacque l’unico figlio Michael Charles.

boyer2Nel 1938 interpreta il suo ruolo forse più famoso, il bandito Pépé le Moko in “Un’americana nella Casbah” (Algiers), il rifacimento hollywodiano del noto film interpretato da Jean Gabin. In questa pellicola compare per la prima volta un’altra attrice europea destinata a diventare molto famosa: l’austriaca Hedy Lamarr, che oltre alla bellezza aveva altri talenti nascosti e insospettabili (vedi il mio articolo L’attore che non ti aspetti – 1).

boyer3Nel 1944 è con Ingrid Bergman in uno dei film dove mi ha più impressionato, “Angoscia” (Gaslight). Boyer era uno di quegli attori che danno il loro meglio quando trovano sulla scena un partner a loro congeniale. Questo fu il caso con la Bergman, che si impegnò a fondo nella sua parte (arrivò a frequentare degli istituti di igiene mentale per poter interpretare credibilmente il ruolo di una donna che sprofonda nella pazzia), e che duettò con lui mirabilmente.

CatturaIl taglio espressionista di molte riprese, ambientate in una Londra vittoriana interamente ricostruita in studio, contribuiscono a rendere questa pellicola molto interessante.

Il regista George Cukor, a sua volta di origini europee (era figlio di immigrati ungheresi) seppe utilizzare al meglio i due protagonisti, trasformando una trama di per sé abbastanza banale in un piccolo gioiello “noir”.

Una nota di colore: Boyer era più basso della svedese Bergman, e in diverse scene dovette salire su una piattaforma per non sfigurare.

Un particolare che ho trovato piuttosto divertente: sempre in quegli anni Chuck Jones, il famoso disegnatore della Warner, si ispirò a Boyer – prendendolo bonariamente in giro – per lo spassoso personaggio di Pepé le Pew, la romantica puzzola dallo spiccato accento francese. I plot dei cartoni con protagonista Pepé le Pew sono immutabili: per qualche occasionale incidente, una gattina nera si ritrova con una striscia bianca sulla schiena, Pepé la scambia per una puzzola femmina e la corteggia senza tregua. Invano la micia cerca di sfuggire all’appassionato pretendente: ovunque lei vada Pepé la trova, assediandola con le sue profferte amorose. Va detto che Boyer prese con molto spirito la parodia.

Nel dopoguerra Boyer cominciò a sostituire i suoi tradizionali personaggi di amatore ormai maturo con altri ruoli, dimostrando anche una insospettata vena brillante. “Arco di trionfo” (1948), “Il giro del mondo in 80 giorni” (1956, con protagonista principale David Niven), “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1962, a fianco di Glenn Ford).

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Per quanto mi riguarda, amo ricordarlo in un ruolo decisamente leggero, ma dove dimostrò ancora una volta le sue doti di attore eclettico ed elegante: il signor Velasco, stravagante gentiluomo dalle imprecisate origini balcaniche, vicino di casa degli sposini Jane Fonda e Robert Redford in “A piedi nudi nel parco” (1967), una spassosa commedia firmata dall’impareggiabile Neil Simon (vedi il mio articolo Neil Simon, la leggerezza della serietà) e diretta da Gene Saks.

 

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Il signor Velasco e gli knicki, una scena esilarante. A fianco di Boyer, Mildred Natwick, altra attrice di origini europee (era figlia di immigrati norvegesi) e formazione teatrale.

Boyer si distinse sempre, sulla scena e nella vita privata, per essere un autentico gentiluomo. Tutti gli attori e i registi con cui ebbe a che fare nella sua lunga carriera sono concordi nel definirlo un uomo pacato e cortese, di modi corretti e inappuntabili. Era un poliglotta: oltre al natìo francese e all’inglese, parlava italiano, spagnolo, e tedesco.

Un’altra sua grande passione, che condivideva con Humphrey Bogart, era il gioco degli scacchi. Giocava spesso con Bogart, e fece parte dell’ “Hollywood Chess Club” che Bogie fondò negli anni ’40. In una copertina della prestigiosa rivista di settore “Chess Review” i due attori sono ritratti, impegnati in una partita (vedi il mio articolo L’attore che non ti aspetti – 1).

Purtroppo la sua vita privata fu funestata da diversi drammi: il suicidio dell’unico figlio a soli 21 anni, forse per motivi sentimentali, e la morte per malattia dell’amatissima moglie Pat nel 1976, lo spinsero al suicidio nel 1978 con una overdose di tranquillanti. Insieme alla moglie e al figlio riposa nel cimitero di Culver City, California, ultima sua residenza.

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Luisa Fezzardini, 1 dicembre 2019