lavitaebella
Foto di scena de “La vita è bella” (1997). Volutamente, non aggiungo altre immagini a questo articolo. Non voglio renderlo più attraente, e poi non saprei che tipo di foto inserire, francamente.

So che con questo articolo mi alienerò gran parte dei (pochi) lettori, ma insomma, non si può piacere a tutti.

In questo periodo, complice il dibattito sorto intorno a Liliana Segre (direi suo malgrado,  dato che è persona assai sobria), vengono tirati fuori a proposito e a sproposito citazioni, spezzoni di film, testimonianze relative ai lager nazisti. Inevitabile che anche “La vita è bella” di Benigni sia ricordato, osannato, riverito, con centinaia di commenti con faccine in lacrime, pollici su, insomma tutto il repertorio che normalmente si riserva a quei libri, film, personaggi, sui quali il consenso è pressoché unanime.

In questo caso credo proprio che la popolarità del regista, unita all’ansia quasi generale di far capire che si è contro i lager e il nazismo (e ci mancherebbe), faccia perdere di vista che il film in questione è una stortura, quasi un’offesa alla Shoah, più che un omaggio.

E’ una stortura perché deforma la verità storica per presentare una bella fiaba edificante, fatta apposta per strappare la lacrima e l’approvazione.

Impensabile che in un lager un prigioniero potesse comportarsi come Benigni fa nel film, per alimentare nel figlioletto l’idea che stiano partecipando ad un gioco a premi: per esempio, distorcendo in modo buffonesco la traduzione delle parole del comandante del campo, o facendo partecipare con un trucco il suo bambino ad una festa riservata ai figli degli ufficiali tedeschi del campo. Non pretendo che un film diventi un documentario, dove ogni cosa deve essere puntualmente riportata e supportata da prove; ma non può nemmeno diventare una distorsione simile dei fatti.

Ciò che c’è di fastidioso in questa presentazione della tremenda realtà, non solo dei campi di sterminio, ma anche della parte precedente, la vita di tutti i giorni per gli ebrei d’Europa, è l’idea che se davvero lo si voleva, se ci si metteva di impegno, se si amavano abbastanza i propri figli, si poteva preservare i piccoli dall’orrore, così come Benigni fa nel film.

Non è così!! Chi può pensare che, potendo, i padri e le madri che persero i figli, e morirono essi stessi, non avrebbero fatto qualunque cosa per evitare a quegli innocenti tanta barbarie? Semplicemente, non era possibile, perché quei luoghi erano stati concepiti per disumanizzare prima – e uccidere poi – uomini, donne, e bambini, senza alcuna eccezione.

Basta visitare uno di quei luoghi per rendersene conto. Se non si può o vuole, basta leggere un libro qualunque, magari “Se questo è un uomo” del nostro Primo Levi. Se non si può o vuole, basta guardare un documentario sull’argomento. E se anche questo è troppo oneroso rispetto al commuoversi con una bella favoletta, si possono guardare film più edificanti (nel vero senso del termine) su padri e figli nei lager, come “Il figlio di Saul” (2015, László Nemes): questo sì un film autentico, da vedere (e forse proprio per questo in Italia non lo ha visto quasi nessuno: troppo vero, probabilmente).

A chi commenta che sì, effettivamente “La vita è bella” è una storia un po’ fiabesca, ma tutto serve pur di portare alla ribalta la consapevolezza, obietto che no: questo è un argomento sul quale romanzare, ricamare, abbellire, favoleggiare, proprio non si può e non si deve. Specie in tempi come questi, dove concetti che sembravano assodati vengono rimessi in discussione in modo abietto e vergognoso.

So che voci anche autorevoli si sono espresse a favore di questa pellicola, e che voci altrettanto autorevoli ne hanno dato di contro un giudizio molto negativo. Non voglio schierarmi, e non ne ho bisogno: mi limito qui a esprimere l’effetto che il film ha fatto a me. Dico questo per prevenire obiezioni del tipo “Sì, ma tizio, un sopravvissuto, ne ha detto un gran bene”, oppure “Caio, premio Nobel per la letteratura, ha detto che gli è piaciuto”. Assolutamente liberi di pensare ciò che vogliono. Per quel che mi riguarda, questo è quello che ne penso io.

Luisa Fezzardini
6 dicembre 2019