Sicuramente non è un argomento allegro, ma in diverse pellicole i funerali hanno ricoperto un ruolo di non poco conto. Comincio con qualche ricordo personale, ma probabilmente seguirà una seconda puntata… e le segnalazioni dei miei (pochi) lettori sono sempre benvenute.

Amici miei (1975, Mario Monicelli)

“Ma poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno?” Non prendere nulla sul serio, non la farsa della vita, non la morte – vissuta come l’ennesimo scherzo – è l’antidoto con cui un gruppetto di amici di lunga data ha deciso di truffare il tempo e le avversità del vivere.

Partenze (Okuribito, 2003, Yōjirō Takita)

Un film giapponese che ho molto apprezzato, e che – ad onta dell’argomento – ha anche risvolti veramente comici. Il giovane violoncellista Daigo si trova improvvisamente licenziato dall’orchestra sinfonica dove lavorava da anni. In cerca di un’altra occcupazione, si trova assunto in una ditta di pompe funebri, che si occupa della preparazione e vestizione dei defunti. Un lavoro assolutamente necessario nella tradizione nipponica, ma non molto ben visto. Daigo tuttavia persevera, anche contro il parere della giovane moglie, e alla fine imparerà molto da se stesso e dagli altri.

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Gandhi (1982, Richard Attenborough)

Questa memorabile pellicola inizia e finisce col funerale del protagonista, interpretato da un eccezionale Ben Kingsley. Il tributo che l’intera popolazione indiana e pakistana gli rese durante le esequie rendono la cifra di questo personaggio straordinario, che da solo e senza violenza iniziò il movimento che avrebbe reso l’India un paese indipendente dall’impero britannico, cambiandone le sorti per sempre. Trovate un’altra toccante scena di questo film nell’articolo Tutti in piedi!

Il vedovo (1959, Dino Risi)

Lo spiantato romano Alberto (quasi sempre Sordi voleva che i personaggi che interpretava si chiamassero come lui) ha sposato una imprenditrice milanese, una Franca Valeri strepitosamente odiosa, che non si fa illusioni su di lui, e con tranquillità lo tiranneggia e lo chiama “cretinetti”. Alberto ne progetta la morte, ma alla fine rimane vittima della sua stessa macchinazione. Il complice, un marchese fallito, spinge lui nella tromba dell’ascensore, e non l’odiata consorte. Le ultime parole del defunto? “Ma che fa marchese, spinge?”

Fiori d’acciaio (Steel Magnolias, 1989, Herbert Ross)

Sally Field, un’attrice che secondo me non è mai stata veramente riconosciuta per i suoi meriti, dopo il funerale della amatissima figlia chiede alle amiche, a se stessa, al mondo, perché. E’ una scena che vale la pena vedere in lingua originale. Anche se si perdono le parole, il senso è perfettamente chiaro a chiunque.

Quattro matrimoni e un funerale
(Four Weddings and a Funeral, 1994, Mike Newell)

Il funerale del titolo è quello di Gareth (il bravo Simon Callow), e la commossa orazione funebre del suo migliore amico è il momento più autentico di una pellicola per il resto piuttosto leggera e – ad onta del successo commerciale – abbastanza dimenticabile.

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Il grande freddo (The Big Chill, 1982, Lawrence Kasdan)

Un gruppo di amici di lunga data si ritrova per il funerale di uno di loro, Alex, morto suicida. E’ l’occasione per fare i conti con la loro vita, su come sono cambiati, sulle illusioni della loro generazione. Il funerale si svolge sulle note dei Rolling Stones, e l’intera colonna sonora del film è di pari livello. Una curiosità: il defunto Alex (che è in qualche modo il protagonista assente dal film, dato che non compare mai) era interpretato da Kevin Costner, alla sua prima apparizione cinematografica.  In post-produzione si decise di tagliare tutte le scene in cui appariva, per lasciare la sua personalità alla interpretazione e al ricordo dei suoi amici. Dell’estromesso Costner compaiono solo alcuni dettagli nella scena di apertura, quando il suo corpo viene vestito per le esequie. Perse in tal modo una grande occasione, perché “The Big Chill” è stato un trampolino di lancio per tutti i protagonisti. Si rifece però con gli interessi tre anni dopo con “Fandango”, il film che gli diede la notorietà.

Luisa Fezzardini, 27 gennaio 2020