Continua la serie di film dove una chiave è il tema portante del plot (per gli altri articoli vedi la pagina Cinema  sotto la categoria “Le chiavi del cinema”).

La chiave di Sara (Elle s’appelait Sarah, 2010)

Questa drammatica pellicola rievoca un episodio poco noto dell’occupazione nazista a Parigi, il rastrellamento del Velodromo d’Inverno. Tra il 16 e il 17 luglio 1942 più di tredicimila ebrei parigini vennero prelevati ad opera delle milizie francesi e ammassati nel Velodromo ciclistico detto appunto Vélodrome d’Hiver, per essere poi deportati nei campi di sterminio. Si trattò della retata più estesa compiuta dalle forze filo-naziste sul suolo francese durante la seconda guerra mondiale.

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Tra i deportati c’è una bambina, Sarah, che prima di essere prelevata a forza da casa riesce a nascondere il fratellino Michael in un armadio a muro: gli fa promettere che aspetterà il suo ritorno e chiude a chiave l’armadio, illudendosi così di salvarlo.

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Dopo diverse peripezie, la piccola riesce a tornare nell’appartamento, ma ovviamente il povero bambino è già morto da diversi giorni.v4KW36

Due generazioni dopo la giornalista Julia (Kristin Scott Thomas) viene incaricata di scrivere un articolo sul rastrellamento del 1942. Si imbatte nella storia di Sarah, che la impressiona profondamente, e ne ricostruisce la vita e le vicende, che vengono mostrate tramite diversi flashback e la narrazione di testimoni, documenti, diari. A quella drammatica storia si intrecciano le traversie personali di Julia, che comunque alla fine riuscirà a ricostruire tutta la vicenda di Sarah, e in qualche modo a pacificare quell’orrore.

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A mio parere il film ha l’indiscutibile merito di riportare alla luce un episodio, il rastrellamento del Velodromo d’Inverno, che dopo la guerra si cercò di seppellire, dato che fu una iniziativa delle forze francesi (Eichmann non lo aveva nemmeno richiesto, si limitò a ratificarlo a cose fatte). Mostra però diversi altri limiti: una tragedia spaventosa  viene utilizzata per giustificare la narrazione, senza un vero tentativo di analisi e comprensione delle sue cause: la connivenza delle autorità francesi con le forze di occupazione naziste, il clima delatorio, l’indifferenza della popolazione.

I pur ottimi interpreti non bastano, a mio parere, a colmare il divario che si crea, e che a tratti sfocia in toni intimisti da romanzo d’appendice, che mal si accordano con il tono corale e collettivo della prima parte del plot.

Luisa Fezzardini, 7 maggio 2020