Ha un palmarès che farebbe invidia a qualunque attore o regista, ma pochi conoscono il suo nome. Eppure, chissà quanti ne hanno ammirato l’opera in film passati e recenti.

Da decenni Milena Canonero detta le regole e lo stile nel mondo dei costumisti cinematografici e teatrali, così come un Valentino o un Dior hanno fatto per l’alta sartoria. Torinese, classe 1946, schiva e riservata ma per niente spocchiosa, la Canonero si è formata in Italia e all’estero, e col suo stile inimitabile e la sua attenzione filologica per i dettagli d’epoca si è guadagnata ben quattro Oscar e la nomination per altre cinque volte, senza contare gli innumerevoli BAFTA Awards, Nastri d’argento, David di Donatello, e l’Orso d’Argento 2017 alla carriera al Festival di Berlino. Nel 2015, a seguito del suo quarto Oscar, è stata nominata Cavaliere di gran Croce (la più alta onorificenza italiana) su iniziativa del Presidente della Repubblica.

La sua prima collaborazione importante è stata con Stanley Kubrick in Arancia Meccanica: entrambi maniaci del dettaglio, fecero quasi impazzire la troupe supervisionando location dopo location per trovare i posti adatti, i costumi adatti, le soluzioni adatte, per produrre quel capolavoro visionario che tutti conosciamo.

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Per creare i costumi di Arancia Meccanica, la Canonero studiò a fondo il libro di Burgess, ma si basò molto sulla sua esperienza diretta: a quel tempo viveva infatti a Londra, dove imperversavano le bande sul tipo dei Drughi del film. Fu sua l’idea di vestirli di bianco, e fu sempre lei a semplificare il “codpiece” che i teppisti portano sull’inguine, che nel libro era molto più complicato.

I due si trovarono così bene insieme che collaborarono ancora in Barry Lindon, e poi ancora in Shining. Come disse in un’intervista, riguardo Barry Lindon: “All’epoca del film ho girato l’Europa per vedere cosa c’era di già disponibile, per sapere se dovevamo realizzare tutti i costumi o solamente una parte. Così ci siamo accorti che molti degli abiti che avremmo potuto noleggiare erano insoddisfacenti, tagliati in un modo che io definisco “teatrale”, con le spalle quadrate, moderne, confezionati con tessuti inadatti. Così tutti i costumi che appaiono in Barry Lyndon sono stati confezionati apposta per il film, fatta eccezione per cinque modelli, -solo cinque!- affittati in una casa di noleggio di Roma. Abbiamo allestito un laboratorio di oltre quaranta persone, cosa piuttosto inaudita prima di allora per un film, e assieme a Ulla Britt Söderlund supervisionavamo questo enorme lavoro. I costumi di Barry Lyndon furono naturalmente tagliati sui modelli dell’epoca, con una cura molto particolare anche ai busti e alla biancheria dei tempi. Solo le scarpe furono realizzate da Pompei di Roma.” Ciò che ne è uscita è una incredibile ricostruzione d’epoca, con tali e tanti dettagli per i quali sono state spese ore e ore di ricerca storica, che il risultato potrebbe degnamente figurare in un museo.

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Tra i tanti suoi eccezionali lavori, vale la pena di ricordare gli strepitosi costumi per Marie Antoinette di Sofia Coppola (un film del 2006 dove vestiti, scarpe, cappelli della protagonista giocano un ruolo quasi autonomo).

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E poi Momenti di gloria, La mia Africa, Dick Tracy (con dei colori flou incredibili), Tucker, un uomo e il suo sogno

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Momenti di gloria (1981, Hugh Hudson)
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Dick Tracy (1990, di e con Warren Beatty)
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La mia Africa (1990, Sydney Pollack)
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Milena Canonero nel 2015 mentre ritira il suo quarto Oscar per i costumi di Grand Budapest Hotel.

Mi auguro e spero che questa signora del cinema continui a farci innamorare delle sue splendide creazioni. Chiudendo questo breve articolo, non posso non citare una particolarità che la contraddistingue: lei, personalmente, veste solo due colori, anzi non-colori. Non la si vedrà infatti mai altro che in bianco e nero, e sempre con uno stile sobrio e signorile, anche se non banale, di chi non deve adeguarsi a nessuna moda perché ne ha una sua personale. Come ebbe a dire una volta Grace Kelly, altra icona dell’eleganza femminile: “La moda è per chi non si sa vestire.”

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Luisa Fezzardini, 26 luglio 2020